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Viaggio tra i cinque cerchi di Sochi

È quando usciamo dall’aeroporto che iniziano le avventure. È sempre stato così, e lo è anche qui sulla riva orientale del Mar Nero: per quindici giorni un’apnea olimpica a godere e scandagliare l’essenza di gare, competizioni, sfide, record, vittorie, medaglie, podi, lacrime  e delusioni. Sochi sarà un’altra Olimpiade, sarà un altro accredito da conservare, sarà un’altra occasione di vivere.

Saliamo sul bus, un’ora di viaggio per quaranta chilometri di autostrada. Iniziamo bene. Fermata: Krasnaya Polyana, il comprensorio montano dove si svolgeranno tutte le gare sulla neve. Ci accoglie una città che è una scommessa, un grande villaggio costruito ex-novo con l’architettura di palazzi e hotel che ricordano lo stile degli outlet: caldo design ma dal freddo sentimento. Un non-luogo. Squadre di operai lavorano giorno e notte per consegnare gli alberghi agli ospiti di questi XX Giochi Olimpici Invernali. Alcuni colleghi trascorrono le prime notti in un soluzione provvisoria, in attesa che le loro stanze d’albergo vengano allestite. Tutti noi abbiamo avuto l’esclusivo privilegio di essere stati i primi ospiti delle nostre camere d’hotel.

Gare, gare, gare, vogliamo gare, e le avremo. Dal giorno successivo al nostro arrivo iniziamo a girare come trottole da un venue (nel linguaggio CIO è il luogo fisico della competizione) all’altro: il nostro mestiere spesso si sintetizza nel salire e scendere dai pullman (efficientissimi) dell’organizzazione. Si lavora dalla mattina a mezzanotte inoltrata, complice un programma olimpico dilatato nella giornata con gare fino a tarda sera. La speranza dei primi giorni è di spedire il pezzo in redazione il prima possibile, per gettarsi nell’atmosfera olimpica, nella movida russa a cinque cerchi, del resto il claim di Scohi 2014 è “Hot. Cool. Yours.”, che è tutto un programma. Sarà una delusione: quella frizzante aria respirata tra le vie di Torino e di Vancouver è solo un lontano ricordo, e qui non vi è traccia.

E allora puntiamo tutto sulle medaglie vinte e da vincere. L’emozione di Cristoph Innerhofer, un argento e un bronzo vinto da un ragazzo in perenne lotta con il mal di schiena: la capriola sul podio è un fuori programma che è una risposta allo stesso dolore. Nelle interviste del dopo gara il suo racconto è preciso e dettagliato, a tratti persino razionale e cinico, ma quegli occhi lucidi di emozione tradiscono una realtà ben più complessa di un ragazzo che in fondo è solo uno a cui piace sciare. Lasciamo lo sci alpino per fiondarci alla pista di slittino: tra poco si scriverà una pagina storica per lo sport mondiale. L’altoatesino Armin Zoeggler ha chiuso al terzo posto e diventa l’unico atleta al mondo ad aver vinto una medaglia in sei edizioni olimpiche, tutte nella stessa disciplina e distanza, tutte in prove singole. E ora davanti a noi abbiamo questa leggenda: impassibile, anima algida, sguardo dritto negli occhi a chi fa domande, collo taurino e schiena dritta, risposte posate in un italiano zoppicante ma romantico in ogni errore: “Desiderio? Tornare a casa dai miei figli”. Cos’altro vuole di più dalla vita (olimpica) un papà dolcissimo?

Ma c’è anche l’amaro di chi vede sfumato il sogno, come la sconfitta allo sprint di Alessandro Pittin, bronzo a Vancouver in combinata nordica e qui medaglia di legno per una manciata di centimetri: “Del resto qualcuno deve pur arrivare quarto!” ma lo sguardo è dimesso e quelle due lacrime che vorrebbero scoppiare vengono rimandate indietro a forza. Più tardi si chiuderà in camera e forse lì, nel silenzio del Villaggio Olimpico, troverà una spiegazione. Torno al fondo, e in una giornata di sole primaverile, ammiro le ragazze norvegesi nella consueta impresa a caccia del podio: c’è la biondina Theresa Johaug, la nostra preferita, ma è Marit Bjoergen ad attirare le attenzioni perche sta entrando nella storia della disciplina con il sesto oro olimpico in carriera. Nessuna come lei, e per questo vorrei dare un’occhiata al suo Forerunner 620 che ha al polso: così tanto per sapere, tanto per sbirciare.

E ancora, la strepitosa forza di uno scricciolo di cinquanta chili (compresi i pattini) che sul ghiaccio dell’Iceberg Skating Palace ha trovato due bronzi e un argento nello short track: “Porterò le medaglie alla festa di fidanzamento a Tallahassee, in Florida dove vivono i genitori di Anthony”. Il fidanzato di Arianna Fontana di cognome fa Lo Bello ed è di una famiglia di chiare origini italiane. Tutto torna. Per vedere le splendide medaglie di Arianna ci siamo trasferiti nel sobborgo Adler di Sochi, in riva al mare, tra fantasmagorici palazzetti dello sport del ghiaccio e la grande Medal Plaza. E lì in mezzo c’è il braciere olimpico. Tutt’intorno migliaia di persone, e finalmente i miei polmoni respirano aria olimpica. Intorno alla piazza sventolano 88 bandiere, tante le nazioni rappresentate, ma i tifosi sono prevalentemente russi. Il loro coro ra-sci-a ra-sci-a ormai è la colonna sonora di queste Olimpiadi: lo gridano ovunque, alle gare sulla neve come negli stadi del ghiaccio, è un nazionalismo che va oltre lo sport, è rivendicare qualcosa che viene da lontano. È la storia. È la storia russa di un’Olimpiade da ricordare.

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4 Commenti

  1. 28 febbraio 2014 su 12:03 — Rispondi

    Viaggio tra i cinque cerchi di #Sochi http://t.co/lLNsiRzYLZ

  2. 28 febbraio 2014 su 15:29 — Rispondi

    …a me non si è ancora spento il sacro fuoco di Olimpia. #sochi

  3. 28 febbraio 2014 su 16:34 — Rispondi

    …avevo voglia di scrivere ancora qualcosa su #sochi http://t.co/yGWfBLLTAc

  4. 28 febbraio 2014 su 15:45 — Rispondi

    Dillo a me, che ho una figlia che ho chiamato Olimpia !

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