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Ogni spinta conta.

Adesso che è sera, che tutto è finito, se chiudo gli occhi non vedo altro che hashtag e chioccioline. Un tempo sognavo scioline blu stick o klister appiccicose, adesso, con la testa appoggiata al cuscino, leggo e rileggo decine di twit. È proprio un mondo che cambia. Ho sempre interpretato la Marcialonga come qualcosa di estremamente intimo, un affare personale, una questione da sbrigare tra me e me. Sì certo, ne parli con tutti, prima e dopo la gara, ma quando indossi il pettorale e sei lì nei recenti della piana di Moena, è in quel momento che la solitudine si trasforma in isolamento.

Ma non può essere sempre così. A volte bisogna aprirsi e “condividere”. Ecco, questo termine mi piace molto: condividere, possedere qualcosa e dividerla con altri. E nell’era del mondo social, quale strumento migliore se non Twitter per “spartire” le emozioni della Marcialonga con altri? Al via siamo in cinque e un pettorale. Io indosso il pettorale, gli altri no. Matteo controlla che il Forerunner 910 sia settato nel modo corretto, Luca mi filma con una piastra bianca con disegnata una mela mezza mangiata, Pier mi mitraglia con le sue Canon e Patrizia scrive su Twitter le mie impressioni. L’unica ragazza della spedizione mi guarda come si guarda un fantino (citazione di Jannacci), perché lei centinaia di uomini e donne vestiti con una tutina di Lycra a meno 2 gradi, non li ha mai visti. Questo è il mio staff che per tutto il giorno mi assisterà. E mi coccolerà. Manca poco e si deve partire. Ultime verifiche prima dell’addio. C’è tutto. Prova microfono del cellulare: tutto ok. Io vado in griglia, loro in auto.

Pronti via. Inizio con il passo alternato, ma ben presto opto per il passo spinta. In termini tecnici “gli sci tengono poco”. Mi preoccupo, lo vorrei dire a Twitter, lo vorrei condividere. «Ma no – penso – soffrirò in salita, ma in discesa volerò». E allora spingo e scivolo. Spingo e scivolo. Sulle salite che portano a Canazei lotto in un corpo a corpo con scandinavi scesi in terra italica per far man bassa, eredi di Unni, Visigoti e soprattutto Vichinghi disposti a tutto pur di lasciarti indietro. Ma io spingo e scivolo. Spingo e scivolo.

Il telefono squilla, sono loro. Premo il pulsante dell’auricolare: sento la loro voce, ma loro non sento me. Il microfono si è ghiacciato. Catastrofe. Quando la tecnologia ti abbandona. Non importa, griderò le mie impressioni da bordo pista. Spingo e scivolo. Spingo e scivolo.

Pier ogni tanto mi intercetta e clic clic clic clic, neanche fossi Raoul Bova. Al giro di boa di Canazei inizia la discesa: non che sia meglio della salita, però ti da un leggero sollievo. I norvegesi li distingui per tecnica e dimensione: sono grossi e sanno stare sugli sci. Con loro spesso è un corpo a corpo, e spesso hanno la meglio. Io spingo e scivolo. Spingo e scivolo. Si ritorna verso Moena dall’altra parte dell’Avisio. Davanti a me una lunga teoria di tutine colorate. Ristoro? Si mi fermo, mancano più di 40 chilometri e la giornata è ancora lunga. Proseguo senza perdere tempo. Spingo e scivolo. La sfida della scommessa mi sprona: l’obiettivo di arrivare tra i primi 1500 classificati è piuttosto ambizioso, ma a portata di mano. Se vinco Garmin verserà un assegno al Fondo Ambiente Italiano, se perdo vorrà dire che contribuirò anch’io alla causa del panorama artistico del Bel Paese. E allora spingo e scivolo.

A Predazzo tutto fila liscio, sento il cellulare continuamente vibrare: sono i twit di risposta al lavoro del mio staff. Vorrei fermarmi per leggerli: «… lo farò stasera». E via. Curo il più possibile la tecnica di spinta: le braccia piegate verso le spalle, il busto leggermente in avanti. Sono concentrato. Spingo e scivolo. L’obiettivo dei 1.500 mi sta assillando. È a Ziano di Fiemme che penso ad un nuovo hashtag: #ognispintaconta. E ad ogni spinta voglio dare il massimo. Spingo e scivolo. Spingo e scivolo. Esco dai binari alla ricerca della massima scorrevolezza. Spingo. Le braccia fanno male, ma spingo lo stesso. E finalmente eccola, è arrivata: la crisi. All’entrata dello stadio del fondo di Tesero mi sento vuoto. Lo sapevo che sarebbe sopraggiunta, ma non così presto, segno che ho tirato troppo nella prima parte di gara. Ad attendermi ci sono i sorrisi di Patrizia, le urla di Luca e anche una mano di Matteo sulla mia schiena: «Che fai spingi?». Conosco la crisi, è come il vento: arriva e poi passa. Rallento, resto concentrato, mi sparo un gel. E arrivato a Masi inizio nuovamente a stantuffare. Spingo e scivolo. Spingo e scivolo.

Ai piedi della Cascata sfodero il mio asso nella manica: un paio di sottili pelli di foca. Un pit stop degno di Formula 1 e via. Niente più spinta, solo alternato. Uno, due. Uno, due. Lascio dietro di me una ventina di concorrenti in coda alla sciolinatura Toko. Uno, due. Uno, due. Non ho pietà, ne asfalto altri cinque ai primi tornanti. Pier mi segue con gli sci e la Canon a tracolla. Ne zerbino un paio. Un Norge mi sorpassa, vabbhè ci sta. Uno, due. Uno, due. Vedo un terzetto davanti a me: sono nel mirino. Li asfalto. Uno, due. Uno, due. Uno sguardo al Forerunner: il battito è al 95% del mio massimale. Sento il cuore in gola. Alzo gli occhi e davanti vedo una telecamera norvegese con parabola, Odd Bjorn Hjelmeset mi riconosce e mi ferma: ora che ha abbandonato le sue sette medaglie mondiali e due olimpiche, fa il commentatore per NRK. Finita l’intervista riprendo: uno, due. Uno, due.

Quelle case le riconosco, dietro quella curva so cosa c’è. Sento la voce dello speaker. Sì ormai ci siamo. Gli ultimi 100 metri vorremmo che non finissero mai. Traguardo. Con l’indice destro schiaccio il tasto: tempo finale di 4:46’36”. L’abbraccio con i ragazzi dura un attimo, è come se avessero corso con me. Solo più tardi saprò di aver chiuso al 1.304esimo posto. Scommessa vinta. Perché ogni spinta conta.

by Carlo Brena (@carlobrena)

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6 Commenti

  1. 30 gennaio 2013 su 9:17 — Rispondi

    grande Carlo Brena

    • Sergio Lorenzi
      30 gennaio 2013 su 10:32 — Rispondi

      "Ai piedi della Cascata sfodero il mio asso nella manica: un paio di sottili pelli di foca" cosa ne pensi ?

    • 30 gennaio 2013 su 12:01 — Rispondi

      si tratta delle IntelliGrip Skin di Madshus: un po' pesanti, ma efficaci!

  2. 30 gennaio 2013 su 14:36 — Rispondi

    M ci ritrovo proprio nella tua cronaca dal vivo Carlo. Io ho chiuso un occhio, sulle mie due linee di febbre in partenza (stavano peggio quelli con 39 a casa…), e ho spinto scivolato e alternato molto. La crisi è arrivata già a Ziano e la fila Toko l'ho saltata con Madshus sciolinati Klister-Skare coperta blù. La soddisfazione all'arrivo questa volta è stata più del solito…

  3. […] coinvolte) e un fotografo tra i più noti dell’ambiente Pierluigi Orler.  Così Carlo, a suon di spinte e scivolate -come ci racconta sul blog di Garmin Italia- con fatica, ma altrettanta determinazione, raggiunge […]

  4. 3 novembre 2013 su 17:52 — Rispondi

    ma è consentito? Grandissima soluzione!
    🙂

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