Triathlon

Il sole di Svezia nel mio #Ironman a Kalmar

Un triathlon è quasi sempre una esperienza mistica, spesso proporzionale alla distanza percorsa. In un Ironman, per esempio, la lotta contro gli elementi naturali diventa una ascesi sportiva. Come quella di Carlo che in Scandinavia ha assaporato l’inquietudine del vento e la sfida di gettare il cuore oltre l’ostacolo.

di Carlo Brena

Svezia, terra di candele alle finestre, di vento che spazza via i pensieri, di occhi azzurri e capelli biondi. Svezia, polmone di una civiltà che ha nello sport uno dei valori cardinali: qui l’attività fisica, e quindi la cultura sportiva, trova terreno fertile. Muschi e licheni, spalliere e piste in tartan. Sono quattro gatti ma sembrano milioni di sportivi da tanto sudore versano in quello che fanno. E te ne accorgi il giorno in cui sei al via dell’Ironman di Kalmar, contea del sudest della Svezia. Le case di legno hanno un aspetto semplice ma di assoluta eleganza, molte si affacciano sulle strade dove  duemilacinquecento triatleti si sfidano nella terza edizione dell’omino di ferro, anche se qui – e ci tengono a dirlo – è dal 1994 che organizzano un triathlon su distanza lunga.

La famiglia Ericsson per l’occasione ha spostato le poltrone da giardino quasi sul marciapiede. Lo stesso hanno fatto i Johnson con il dondolo e persino i coniugi Magnuson siedono sul divano di casa che ora sta danti al cancello della loro abitazione. Per tutte le famiglie di Kalmar l’Ironman è un evento da non perdere e attrezzano personali tribune per gridare il loro heja heja a tutti coloro che passano. Che popolo gli svedesi, che nazione la Svezia. Ora siamo qui tutti che corriamo, esausti, zoppicanti, claudicanti, nel finale di questo Ironman con il cuore colmo di emozioni, ma la giornata iniziata questa mattina alle sette, è una di quelle da bollino rosso nella nostra agenda da guerrieri del weekend.

Al porto di Kalmar il sole è già alto da un paio di ore, come se volesse stare lì, in prima fila, bello come il sole appunto, a godersi lo spettacolo. La giornata promette bene. Si parte in ordinata coda in base all’estimate time del nuoto che ognuno dichiara sulla fiducia: per esempio, se sei uno da un’ora e dieci minuti ti inserisci nel gruppo preceduto da una bella figliola con tanto di cartello che indica 1:10′. Così le andature sono omogenee e si evitano portierate e scazzottate, senza stress, tanto c’è il real time che farà testo per la classifica.

Esco dall’acqua e come un automa schiaccio il tasto destro del 910: intravvedo un’ora e 17 ed è come se nella mia mente mettessi un ‘visto’ alla prima delle tre prove. E una è fatta.

Mi cambio per la bici, lentamente, troppo lentamente, ma non voglio sorprese quando sarò là fuori a pedalare per 180 chilometri tra campi coltivati a cereali e le raffiche di vento dell’isola di Oland. Primi colpi di pedale, prime sensazioni, prime paure. Il vento a tratti mi spinge come se avessi una mano calda sulla schiena, ma poi, dopo una svolta o un cambio di direzione, cambia umore e mi schiaffeggia, mi picchia in faccia tutta la sua algida energia. Ora capisco tutti quei mulini a vento lungo la strada e il moderno parco eolico giù in fondo all’orizzonte. A volte l’Edge infierisce sul mio stato d’animo dicendomi che non vado più di 21 km/h ma altre volte mi premia con un 40/45 all’ora che mi fa sentire un gabbiano.

Lascio l’isola dopo aver fatto un centinaio di chilometri e lo faccio attraverso un ponte figlio di grande ingegneria. Ho ancora una sessantina di chilometri da fare nell’entroterra, e il leggero saliscendi si trasforma in un rosario di passione. Chissà quali dati verranno fuori dal Vector: avrò un inverno interno per analizzare i dati e riviverli in ogni rettilineo, quando le spighe di grano erano piegate da vento e noi lì a lottare in trincea per conquistare metro su metro. Mancano 30 chilometri all’arrivo e si accendono le spie del cruscotto: stanchezza, mal di schiena, collo bloccato, soprasella irritato. Dolore persino al pollice della mano destra, chissà come mai…

La gara inizia adesso, finora è stata una passeggiata. La media oraria scende, me ne accorgo ad ogni chilometro. Tengo duro ed entro nel raggio visivo della zona cambio: striscioni, vele, gente, applausi, speaker. Ci siamo. Chiudo la frazione in bici sotto le 6 ore, non ci credo. Secondo “visto”, ma adesso arriva il bello. Mi infilo le Asics comprate cinque giorni prima della gara: le guardo e penso, dai portatemi a spasso. Esco dalla zona cambio che il mio Garmin segna 7:30’ e spiccioli. Mi aspettano tre giri da 14 chilometri cadauno, un trittico da affrontare con un po’ di testa. La mia strategia è chiara: faccio il primo giro prudente, poi vediamo.

Ed è alla fine della fine della prima tornata che tutto succede: faccio un rapido calcolo e una proiezione del tempo finale che si aggira intorno alle 11 ore e dieci minuti. Accidenti, e se tentassi di fare il colpaccio?? Nello sport come nella vita bisogna essere ambiziosi, mi aveva chattato il mio socio. Il muro delle 11 ore è lì, e io come un imbecille ci casco. Faccio il secondo giro a tutta: volo (per modo di dire) consapevole che prima o poi il conto sarebbe arrivato, l’idea mi eccita. Fine del secondo giro: proiezione sempre intorno alle undici ore. Spingo. Sono concentrato. Rinuncio persino al “cinque” che mi chiedono i bambini con le mani che sbucano dalle transenne. E poi sbaam: eccola, è lei, la crisi del 30 chilometro. Occhei, c’ho provato. Meglio il rischio fallimentare di averci tentato che il rimpianto di averlo sfiorato. Ogni tanto cammino. ma sorrido. Davvero sorrido. Penso che in fondo sia stata una bella giornata, semplicemente una bella giornata. Che altro volevo di più? Niente, volevo proprio questo. Adesso ho tempo per i cinque a tutti i bambini.  L’ultimo chilometro me lo godo come una tazza di cioccolata con panna in inverno: un passo, un sorso. E anche il tempo di 11:26’ e spiccioli non conta più. Il sole è ancora alto nel cielo, spero si sia divertito anche lui. La dolcezza di avercela fatta è tutta lì, in quel traguardo e nell’abbraccio di chi c’era.

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6 Commenti

  1. 26 agosto 2014 su 12:07 — Rispondi

    Il sole è alto nel mio #ironman a Kalmar. http://t.co/6cHwak9Rgj

  2. 26 agosto 2014 su 13:18 — Rispondi

    Il sole di Svezia nel mio #Ironman a #Kalmar anche qui #sempreatutta – http://t.co/wS7kQA2kUV via @Garminitaly

  3. 26 agosto 2014 su 14:15 — Rispondi

    Il sole di Svezia nel mio #Ironman a Kalmar: Un triathlon è quasi sempre una esperienza mistica, spesso propor… http://t.co/pohryCILNo

  4. 26 agosto 2014 su 17:57 — Rispondi

    Il sole di Svezia nel mio #Ironman a Kalmar http://t.co/6MzCcpa7vq

  5. Renato Noris
    28 agosto 2014 su 6:13 — Rispondi

    GRAZIE Carlo, ora, anch'io c'ero!!!

  6. Giulio Graziani
    31 agosto 2014 su 14:35 — Rispondi

    Bello!

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