Outdoor

Crocodile Trophy

La prima volta che Renato sentì parlare di Crocodile Trophy da un gruppo di turisti australiani che seguiva lungo il Giro d’Italia in qualità di meccanico, affinché le loro biciclette fossero sempre in ordine, era il 2013. Lesie e David, entrambi nati e cresciuti nel Queensland, durante una pedalata gli chiesero se facesse uscite in MTB. La loro terra è la culla di una gara estrema, che si sviluppa nell’arco di nove giorni attraversando parte della foresta pluviale e dell’Outback australe in totale autosufficienza. Dalle descrizioni Renato capì subito che si trattava di un’esperienza imperdibile e ben presto la curiosità si trasformò nello stimolo propulsore che lo spinse ad iscriversi. Purtroppo lo scorso anno la partecipazione non andò a buon fine ma ad Ottobre 2015 finalmente era li, alla partenza.

770 km (17.000 metri di dislivello) da farsi in 9 giorni; dei 102 partenti solo 79 hanno raggiunto il traguardo. Nelle gambe, l’allenamento di un’intera estate in MTB e, nella testa, la tranquillità di chi si è preparato con la giusta determinazione. Un punto del regolamento però dava preoccupazione a Renato: per poter partecipare alla tappa successiva occorreva tagliare il traguardo entro la metà del tempo impiegato dal primo in classifica. Un duro ostacolo considerato il fatto che buona parte dei partecipanti fossero giovani e professionisti. Tuttavia proprio quest’ansia ha aumentato la forza e la determinazione di Renato. I primi quattro giorni sono stati vissuti nella foresta pluviale sull’altopiano Tableland di Atherton dove le condizioni climatiche di pioggia, nebbia e freddo hanno accompagnato gli atleti per tutto il tempo: un inizio più traumatico, a detta loro, non poteva esserci.

Crocodile Trophy

La prima tappa in circuito di single track ha visto Renato davanti a molti atleti, anche se al limite del tempo massimo. Il vero trauma però fu il dopo gara. Il fango rosso e argilloso non lasciava scampo né in discesa né in salita; gli altissimi fusti delle piante toglievano luce ma offrivano un parziale riparo dall’acqua che, da giorni, cadeva incessantemente; gli indumenti sporchi, che gli atleti dovevano lavare con acqua e molta fantasia, non si asciugavano praticamente mai.

Al termine di ogni tappa atleti e bici erano completamente irriconoscibili. I primi si lavavano in docce gelate, le seconde venivano lavate e coccolate con lubrificanti nei minimi particolari, al fine di renderle perfette per la giornata successiva. Il pomeriggio era breve e la cena, sempre uguale, ricordava quella della mensa militare. La notte il freddo entrava nelle ossa degli atleti che si rinchiudevano in solitudine in piccole tende, arrotolati nei sacchi a pelo. «Perché sono qui? Ma chi me l’ha fatto fare?». Probabilmente devono averlo pensato tutti.

La mattina la sveglia era al mattino preso, con le prime luci dell’alba e il fardello che, di giorno in giorno, si faceva sempre più carico di fatica, di tosse, di dolore ai bronchi. Il recupero fisiologico si faceva sempre più carente mentre i chilometri di giornata erano sempre più lunghi e faticosi.

Dopo i primi giorni sono arrivati le cinque giornate di Outback: caldo torrido, sole che cuoceva la pelle e la testa e ancora tanta, tanta salita. Nei numerosi km percorsi in solitudine, il pensiero che accompagnava quasi in modo ossessivo gli atleti era il rendersi conto di essere soli in quella terra immensa bruciata dal sole. La fatica non poteva essere condivisa, l’obiettivo era la ripartenza il giorno dopo. Giorno dopo giorno la meta si avvicinava sempre di più, fino a quella linea tracciata sulla sabbia: il Crocodile Trophy!

Gli atleti all’arrivo piangevano lacrime di gioia, di fatica, di tensione e di soddisfazione, per un avventura davvero indimenticabile, tanto forte e avvincente da non poter non lasciare un tratto indelebile nella mente e nel cuore di chi la vive.

Crocodile Trophy

 

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