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Alla scoperta delle antiche tradizioni del Sol Levante

Lo scorso aprile si è finalmente realizzato il sogno di tutta la vita: un meraviglioso viaggio nel Giappone dei samurai, delle geishe, dei ciliegi, della cultura e dei divertimenti. Due settimane intense, alla scoperta delle antiche tradizioni del Sol Levante, devastati dalla fatica dovuta a tappe forzate ma allietata dalla scoperta di emozioni difficilmente eguagliabili altrove.

I giapponesi sono un popolo meraviglioso. Un popolo orgoglioso, fiero delle proprie tradizioni, che va diritto per la propria strada, incurante di tutte le sventure che storicamente lo hanno colpito: guerre, incendi, tsunami e terremoti non hanno potuto minimamente scalfire la loro positività nei confronti della vita.

Tutti i giapponesi che ho incontrato si sono rivelati essere generosi ed ospitali. Ricordo che un giorno, mentre leggevo perplesso un’incomprensibile mappa dei trasporti pubblici, si avvicinò un giapponese e mi offrì il proprio aiuto, accompagnandomi personalmente, su e giù dalle scale mobili, fino alla banchina della linea metropolitana corretta. In qualunque altro paese sarei ancora là a cercare di decifrare quella maledetta mappa.

Un’altra caratteristica dei giapponesi che salta subito agli occhi è la bellezza. I giapponesi brutti pare non esistano: volti stupendi e fisici asciutti sono una caratteristica comune a tutti, uomini e donne, senza distinzione.

Ho scattato una montagna di foto di volti di gente comune, intenta nelle loro attività quotidiane: gente che attraversa la strada, che prende l’autobus, ma soprattutto gente (quasi tutti) con gli occhi fissi sul display del proprio cellulare, che si muove come ipnotizzata senza quasi accorgersi di quello che li circonda. Milioni di persone che si muovono all’unisono in città spesso caotiche, tutti ordinatamente in fila, tutti rispettosi di regole a volte assurde, come il divieto di fumare per le strade (attività tuttavia eccentricamente ben vista al chiuso di bar e ristoranti).

Il Giappone è un concentrato di contraddizioni fianco a fianco una all’altra: il vecchio e il nuovo, la semplicità e gli orpelli… la gentilezza e la durezza. La natura e la tecnologia. La montagna e il mare! L’immobilità e il ritmo. Il grande e il piccolo. L’insieme e il particolare, la realtà e la fantasia, il silenzio e il rumore, l’essenziale e il superfluo. La libertà e il dovere. Lo zen e la sofferenza. L’eternità e l’effimero. L’armonia e il caos. Con sguardo fugace, magari, ma tutto questo io l’ho visto riflesso nel paesaggio, incessantemente ferito dalla natura eppure splendido, e nel carattere di questo popolo, con il suo indomito istinto ad andare avanti, sempre avanti.

Chi pensa poi che la cucina giapponese sia sinonimo di sushi e sashimi si sbaglia di grosso. Ho assaggiato prelibatezze che non pensavo nemmeno potessero esistere: il Ramen (tagliolini cotti in un brodo di carne e serviti in una grande ciotola assieme a germogli di soia e a diversi altri ingredienti), il Tempura (piatto misto di pesce, crostacei e verdure passati in una pastella non grassa, soffice e leggera, e poi fritti), i Soba (tagliolini di grano saraceno), gli Udon (spessi tagliolini bianchi di farina di frumento), il Tonkatsu (cotoletta di maiale impanata e fritta) e soprattutto l’Okonomiyaki, una pastella base di cavolo e altre verdure, con carne o pesce, servita su una piastra calda posta in mezzo al tavolo, con la quale ai commensali viene lasciato il compito di completare la cottura. Accompagnano le pietanze fiumi di birra, litri di sakè e l’onnipresente tè verde.

Tornando all’orgoglio giapponese, impossibile non lasciare il cuore ad Hiroshima. La cupola della bomba atomica (Genbaku Domu) e il vicino Parco della pace lasciano un senso di smarrimento ma anche di speranza grazie alla fiamma della Pace, che sarà spenta solo quando l’ultima arma nucleare scomparirà dalla faccia della terra, e al Monumento per la Pace dei bambini, dedicato a Sadako Sasaki, una bambina morta di leucemia che, quando scoprì di essere malata, all’età di 11 anni, nel 1955, decise di fare 1000 gru di carta. In Giappone, infatti, la gru è simbolo di longevità e felicità, e la bambina era convinta che, se fosse riuscita a realizzare l’obiettivo che si era prefissata, sarebbe guarita. Purtroppo morì prima di compiere l’impresa, che fu portata a termine dai suoi compagni di classe. La storia di Sadako ha profondamente commosso il paese e spinto moltissime persone, da tutto il mondo, a realizzare gru di carta che ancora oggi vengono appese al monumento.

Rimanendo in tema di vicende commoventi, impossibile non citare la storia di Hachiko, ricordata da una statua posta a Tokyo appena fuori dalla stazione di Shibuja, o la vicenda dei cani da slitta che perirono in Antartide nel 1959, ricordati da un monumento posto alla base di uno dei quattro pilastri della Tokyo Tower.

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